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La fatica di crescere

 

INNOCENZE PERDUTE, ADULTITà DISPERSE
Famiglia / famiglie : la fatica del crescere, l’impegno dell’educare nella città che cambia

 

Le generazioni

La storia dell’uomo si caratterizza per il passaggio del sapere da una generazione all’altra con continuità.
Una generazione trasmette le proprie conoscenze alla successiva, che ha in qualche modo il compito di custodire questo sapere antico e di inserirvi tutte le novità che derivano da esperienze specifiche e da conoscenze che vi aggiunge.
Storia: passaggio di testimone costituito dal sapere.

GENERAZIONE: da generare, riuscire a mettere su questa terra dei nuovi soggetti che appartengono alla propria specie, in parole semplici fare dei figli.
La generazione si caratterizza per il tempo che serve al nuovo nato di generare nuovi figli, quindi ca 25 anni.
Compito di una generazione: generare, ma anche far crescere, cioè essere padri e madri.

Si parla anche di generazione psicologica che indica il tempo per cui un gruppo di persone di una certa età si differenzia da u altro gruppo più giovane.
Nella nostra società accelerata dura circa 5 anni.

Il termine generazione serve come schema per differenziare le modalità di saperi e comportamenti diversi.
(Es, innovazione digitale, computer, tecnologia)
La tecnologia incide in modo considerevole sulle conoscenze e contribuisce a distanziare in misura più o meno rilevante una generazione psicologica da un’altra.

Il passaggio delle conoscenze da una persona all’altra implica due parole: conoscenza (intesa come sapere) ed
Educazione (trasferimento delle abilità per poter vivere nel nuovo ambiente.

La famiglia è definita un’istituzione che educa, che insegna a vivere, mentre la scuola un’agenzia che trasmette le conoscenze e questo mette subito in risalto che tra conoscenza (o sapere) ed educazione c’è una bella differenza, la stessa che esiste tra il conoscere una teoria e la capacità di vivere, che è un’esperienza e non un sapere.

Educare: insegnare a vivere, mostrare come in determinate circostanze sia bene comportarsi. Insomma il sapere ha a che fare con la mente e può essere del tutto teorico, il vivere invece qualche cosa di concreto che si realizza nel comportamento.

Conoscere ed educare sono temi fondamentali (tanta è l’importanza di famiglia e scuola).
L’adolescenza è certamente una fase della crescita, del conoscere e dell’imparare.


EDUCAZIONE

Nel percorso all’interno della tematica delle generazioni abbiamo distinto due temi: il primo ruota attorno al conoscere e quindi attorno alle modalità per trasmettere il sapere da una generazione all’altra dalla conoscenza attraverso l’insegnamento fino al significato che per la conoscenza hanno virtualità, immaginazione, fantasia, creatività; e l’altro attorno all’educazione.
L’insegnamento serve per avere notizie, per conoscere i diversi rami del sapere.
L’educazione ha invece uno scopo ben preciso, cioè insegnare a vivere.
È indubbio che la conoscenza può servire a vivere, ma non ha nulla di specifico perché ci sono dei settori che sono lontanissimi dal mondo in cui si vive, dal quotidiano, e addirittura esistono delle fughe dal mondo, ed è innegabile che scappare da esso non è una modalità per poterlo vivere.
Quindi educare vuol proprio dire che una generazione deve trasmettere tutto ciò che proviene dall’esperienza tenendo conto che vivere significa avere una relazione, quella di un singolo con il mondo esterno, ma anche che gli ambienti e le persone possono cambiare non essendo statici ma dinamici.
Sulla base dell’esperienza, le generazioni dei padri devono portare tutte quelle che son indicazioni utili a vivere, tenendo però presente che c’è un’esperienza diretta e quindi che è necessario insegnare in qualche modo a come affrontare i problemi, come adattarsi. Non basta raccontare una storia, bisogna anche individuare regole, principi che facciano scaturire un senso di benessere, di serenità e di gioia, e per questo si potrebbe dire che oltre al vivere, bisogna aggiungere una qualità del vivere. Si può vivere anche vivendo male ma certo è meglio farlo in un rapporto con il mondo che sia gratificante anziché frustrante.
Questo è il compito dell’educare (tirare fuori, estrarre).
È come se l’educatore dovesse tirare fuori quello che l’educando ha dentro, come se dovesse dispiegarlo, metterlo in luce, e in ogni caso è necessario che lo conosca, perché educare vuol dire fare riferimento preciso a quell’individuo e quindi a quelle che sono le sue caratteristiche di personalità, a quelle che sono le sue qualità: ancora una volta quindi a quello che c’è dentro.
Educatore come ostetrico, guarda profondamente chi gli è stato affidato per scoprire quali sono le sue tendenze, le sue doti, le sue caratteristiche e al tempo stesso le evidenzia perché l’educando ne abbia consapevolezza e perché su di esso possa fondare la propria esistenza e il suo futuro.
Educare oggi indica un impegno straordinario perché il comportamento delle nuove generazioni risente dell’educazione che hanno ricevuto, e se le nuove generazioni hanno comportamenti che sono contro la vita, è segno che l’educazione che hanno ricevuta non ha funzionato.
Il problema dell’educazione è in mano a diverse agenzie: la famiglia (che ha generato quel ragazzo), la scuola che deve trasferire il sapere e le conoscenze in modo che possa essere inserito sul “come vivere” perché la storia delle idee e quella del pensiero si legano sempre alla civiltà che sono caratterizzate dai principi che hanno adottato per vivere.poi ci sono la Chiesa e le Chiese, ed infine ci sono delle fonti virtuali.
L’educazione diventa complicata già per il fatto di essersi arricchita, in contrasto con la necessità per educare che ci sia una certa coerenza.
Se c’è incoerenza c’è anche relativismo, equivale al non avere regole.
Se è in crisi il rapporto tra genitori e figli, la famiglia è indotta a desistere, a delegare in una sorta di gioco in cui la palla passa dall’uno all’altro senza che ci sia uno più responsabile. Così l’educazione si perde dietro molti sentieri, alcuni dei quali contraddittori.
Se per capire bisogna che ci sia un linguaggio comune e una intenzionalità complementare tra chi ha la motivazione a insegnare, e chi quella a imparare, così nell’educazione bisogna che domini per lo meno la dualità.
L’educazione è una comunicazione intensa perché non si limita solo al trasferimento di parole ma ha bisogno di un elemento importante che è quello dell’esempio.
Imitare significa apprendere attraverso l’agire, attraverso l’esempio, e quindi un educatore ha bisogno di un educando attento ma anche che riconosca il ruolo che quella persona ha per lui nell’insegnargli a vivere.
Forse la demotivazione che oggi c’è nell’educare dipende anche dalla perdita di quelle caratteristiche che fanno di un padre un educatore, ma allo stesso tempo va anche sottolineato che non c’è una disponibilità ad accettare di imparare a vivere dall’esempio, dolore che da quanto un padre o un nonno e quindi una generazione precedente può trasmettere.
Per educare la prima cosa da fare è motivare a venire educati, quasi a un riconoscimento di tale funzione.
Una condizione di base per apprendere e trasmettere la conoscenza è la fiducia, perché in gioco come comportarsi, fare le proprie scelte, come saper rispondere ai sentimenti, come mostrarli, come gestore le amicizie e sapersi relazionare in una storia d’amore.

Ecco perché il sapere deve in qualche modo avere un significato per vivere, altrimenti si cade dentro un gioco inutile, in cui l’insegnante racconta ciò a cui si dedica ma chi lo ascolta avverte una lontananza incolmabile.


Ecco alcune parole che caratterizzano l’educare.

Autorità

L’autorità si riferisce ad una persona che attrae, che è credibile e che quindi attiva una relazione che è non solo di curiosità, ma di voglia di legarsi. L’autorità attrae, ma nello stesso tempo mette soggezione, quasi venerazione.
L’autorità appare rivestita di una certa sacralità perché ha qualcosa che richiama il mistero.
Il fascino attrae e spaventa, perché l’autorità è un confronto, quasi un modello su cui proiettare il proprio io ideale.
L’autorità è il cardine dell’educazione perché chi educa dovrebbe possedere alcune caratteristiche importanti: coerenza - autorevolezza (deve possedere un sapere specifico e ampio, per cui si riconosce che in una certa materia ha una conoscenza aggiornata e approfondita) - serietà (capacità di adattarsi alle diverse situazioni del mondo esterno e quindi di capirle).
L’autorità si lega ad una persona che non usa mai il potere (autorità vs autoritarismo “qui comando io”).
L’autorità si avvicina di più alla saggezza, e di fronte a un comportamento che era atteso ma che non c’è stato, la persona autorevole può mostrare dolore, dire che non è parte del proprio stile di vita, ma non usa mai la violenza.

(la persona autorevole non deve mettere in mostra quello che a, il biglietto da visita, il saggio vuole solo essere utile, essere un educatore e non un potente.
L’autorità possiede anche il carisma: “mi fido”: espressione carismatica che si coniuga con fiducia; io credo e credo in te.
Il problema principale rispetto la crisi del processo educativo è dovuto al crollo dell’autorità, come se questa fosse qualcosa di sconcio, da nascondere, un ruolo che non si vuole sostenere, a causa forse di una vita che ha impedito di essere coerenti, di essere seri, mentre invece si è imparato solo a gestire compromessi e quindi a diventare delle banderuole invece di qualcosa che richiama la fiducia e la coerenza.
Alcuni padri hanno legato la loro funzione educativa solo al potere (produttori di denaro) e allora l’autorità diventa potere.
Anche i figli sembrano aver perso la voglia di essere educati, di stabilire rapporti significativi, di trovare un maestro come se un rapporto di autorità fosse una diminuzione del senso di libertà, intesa come licenza, poter fare quello che si vuole, mentre l’autorità è in qualche modo già l’ombra di quella guida al comportamento che poi finisce per spostarsi dentro di noi.
È una storia a circolo chiuso: diminuisce l’autorità dei padri, i figli ne avvertono meno l’attrazione, e i legami diventano più strumentali per ottenere vantaggi (denaro e oggetti).

Nello stesso tempo avere relazioni con persone non autorevoli porta a non desiderarli perché così si può fare quello che si vuole, quindi meglio non avere modelli coerenti, continui, che richiamano la fiducia, meglio consumare modelli come fossero oggetti, senza avere preciso riferimento
In questo modo non si incorpora mai l’autorità.
Nel pro esso educativo, incontrare modelli autorevoli, e quindi avvertire l’autorità, è estremamente importante.

Principio
La vita richiede l’applicazione di principi che, pur non essendo solo teorici, ma tenendo conto del mondo in cui si vive, sono guide per padre risposte coerenti a quei principi.
Non è possibile stabile delle relazioni se non ci sono principi che in qualche modo guidino in questa relazione.
Per vivere bisogna avere dei principi di vita.
Questo si riconosce nel comportamento perché a rappresentarlo è la struttura, lo stile di vita, e per poter caratterizzare uno stile di vita bisogna avere dei principi che son la struttura portante di quello stile.
Avere una scola di principi, di valori, permette di non correre all’impazzata, richiede certo di fermarsi a pensare, fare delle valutazioni precise, aspettare, ma evita che poi si compiano errori che diventano svantaggi, frustrazioni, insoddisfazioni.

I principi permettono di costruire coerenza (vs circostanza), devono stabilire cosa si deve fare; ci sono poi i principi etici (che spingono al rispetto) (l’adolescente che fa il furbo e copia), inoltre c’è il principio della fedeltà: fedeltà di coppia, fedeltà nell’amicizia.
I principi sono fondamentali per l’educazione e ognuno deve interrogarsi sui propri principi e verificare che sia un contenitore in cui mettere ciò che si deve afre e ciò che non si deve fare.

Responsabilità
Responsabile deriva da responsum, significa “colui che è chiamato a dare spiegazioni”. Responsabile di fronte a se e agli altri.
La responsabilità ha a che fare con la coscienza che è la voce interna che si lega ai principi in cui si crede, la domanda interiore può riguardare il confronto tra un comportamento dato e la conformità ai principi. Da questo confronto può nascere il senso di colpa
Oggi da un lato c’è un costante monito ad assumersi le proprie responsabilità, tuttavia c’è una riluttanza ad assumersene.
La responsabilità è qualcosa che caratterizza l’uomo, la dimensione dell’uomo che si realizza stando con gli altri.
I genitori hanno precise responsabilità nei confronti dei figli e della loro crescita.
La responsabilità è parte strutturante dei legami naturali
Inoltre la responsabilità indica l’appartenenza a un gruppo o a una società; pertanto l’assunzione di responsabilità è il segnale del proprio ruolo e significato all’interno di un gruppo.
(a scuola la responsabilità è sia dell’insegnante che deve fare il programma sia dell’allievo che deve apprendere.
Sentirsi parte significa condividere, fare insieme, cooperare. Tutto questo innesca un meccanismo che trasmette maggiore sicurezza, che elimina la paura o la fa diminuire in quanto cancella la sensazione di essere soli tramutandola in un’esperienza esistenziale di gruppo.
La responsabilità p dunque la proiezione, il segna della propria appartenenza..
Allo stesso temo è importante anche la dimensione individuale, nel rapporto con se stessi, dove responsabilità richiama la coerenza nel comportarsi in modo adeguato rispetto ai principi che si sono posti a fondamento del proprio vivere.
Oggi coerenza fatica a trovarsi uno spazio perché è sommersa da parole come flessibilità, variabilità, necessità di essere sempre nuovi. Questi termini non vanno demonizzati ma inseriti in quella cornice che costituisce il nucleo di ciascuno di noi. Variabilità, flessibilità divengono possibilità se attaccate alla propria precisa identità che consente di poter indossare anche delle maschere senza smarrire la propria identità.

Responsabilità nei confronti degli altri: che si lega al ruolo sociale.
Grazie alla responsabilità quel continuo riferirsi alla propria formazione, alla propria costituzione, ai principi che regolano il comportamento che ci caratterizza e che costituiscono la base per assumersi eventuali impegni con gli altri e per i quali si è chiamati a rispondere.


Senso di colpa
Il senso di colpa è un malessere che si avverte quando si è tenuto un comportamento che si voleva diverso.
È uno strumento del comportamento, perché ci segnala quando si è fatto qualcosa che non si voleva e che si poteva evitare.
Il senso di colpa è collegato ai principi quando vengono interiorizzati e fatti propri attraverso l’interiorizzazione.

L’educazione riporta dentro di sé delle regole che si sono apprese e che finiscono per essere approvate e fatte proprie.

Il risultato dell’educazione è il non avere più bisogno dell’esempio diretto dell’educatore, perché i principi sono diventati interni.
Se i principi guidano il comportamento e si trasgredisce creano un segnale di malessere che è appunto il senso di colpa.

Il senso di colpa nasce all’interno dell’individuo, è qualcosa di segreto. Ritorna qui il rapporto tra io attuale e io ideale.
L’individuo diventa secchio di se stesso, specchio chiamato anche coscienza e che è l’insieme dei principi interiorizzati.

Diverso è invece la vergogna che ha a che fare col giudizio degli altri.. Si prova vergogna quando si viene scoperti a fare qualcosa.
Mentre il senso di colpa è uno strumento importante per il processo educativo, il senso della vergogna è un non comportarsi legato alle consuetudini, alle leggi.

C’è stato tentativo di cancellare senso di colpa, sostituendolo con quello della vergogna, viene così a mancare nella nostra società quella guida interna che mette in evidenza se i principi sono stati applicati o no.
Se manca senso di colpa l’individuo viene stimolato a perseguire un comportamento negativo, senza avvertire riprovazione e senso di malessere.

Protagonismo
Il protagonismo è un rinforzo a un comportamento corretto, esprime l’adeguatezza del soggetto all’ambiente.
L’educazione deve aiutare a vivere serenamente, per questo deve costruire protagonisti (non eroi).
Una società ha bisogno di eroi che a salvino quando non ha protagonisti.

L’educazione è un insegnamento a vivere e come rendere le persone protagoniste, che vuol dire comportarsi adeguatamente rispetto ai principi conseguendo un’utilità riconosciuta dalla società. Se ci sono pochi protagonisti, tra i nessuno, ci sarà un grande bisogno di compenso e quindi avremo degli eroi del nulla (eroi del sabato sera

CONOSCENZA

Il conoscere fornisce all’adolescente un bagaglio nuovo, gli permette di capire ciò che prima gli era incomprensibile.
Tutto ciò che noi non conosciamo è mistero, ma ci sono misteri dovuti al fatto che noi ne ignoriamo la ragione, ma una volta che ci è stata detta il mistero diventa qualche cosa che noi conosciamo, qualcosa di noto.

La ricerca è tesa a conoscere ciò che ci sfugge e che ci appare in qualche modo misterioso.
Conoscere è la grande sfida della mente dell’uomo che può indagare e magari risolvere grandi quesiti.
La conoscenza distingue l’uomo dalle altre specie, conoscere è anche un gioco, è qualche cosa che non necessariamente presenta un vantaggio per la propria vita.
La conoscenza contraddistingue la specie umana, mentre on è così per l’educazione, che insegna a vivere ed è un impegno tipico di tutte le specie animali.
Un tema importante che si lega alla conoscenza è quella relativa agli strumenti di conoscenza, delle fonti del sapere.
(internet porta informazioni immediate)
Ma la conoscenza non è semplicemente un riempire la mente, ma un conoscere critico, cioè un sapere organizzato, che ha una sua struttura, addirittura una sua logica di gradualità. Si deve passare da una conoscenza generale a una specifica, distinguendo il sapere ordinario dai casi eccezionali, che pur facendone parte in qualche modo vi si distaccano. Esistono insomma regole generali, ma anche le eccezioni e senza un criterio, senza cioè che la mente guidi l’indagine, si finisce per perdersi.
Occorre quindi un metodo del conoscere
Educare significa insegnare uno stile di vita, cioè la capacità di rispondere con coerenza alle situazioni esistenziali che si incontrano nel mondo. Ma dentro la conoscenza è bene fare delle distinzioni usando le parole che essa comprende.

Spiegare
Significa prendere un tema ed esplicitarlo, spiegarlo, “distenderlo”; riporta a quando il libro era un volumen, un rotolo.
L’insegnante spiega un tema, lo descrive e per questo serve mantenere un certo distacco dall’oggetto. Chi spiega rende quell’oggetto più visibile mostrandone aspetti o particolari che a prima vista possono sfuggire.

Comprendere
Andare verso, prendere insieme.. Comporta un’azione anche da parte di colui che guarda l’oggetto e cerca di mostrarlo ad altre persone
Se si pensa all’uomo on come un oggetto da conoscere ma come qualcosa di vitale, bisogna entrare in relazione con lui e quindi in qualche modo penetrarvi dentro. Ed è proprio il fatto di partecipare, di relazionarsi, di “entrare in rapporto con” che aiuta a capirne alcune caratteristiche
Comprender è un termine che si applica alla realtà vivente.
Nel comprendere nasce una complicità e proprio grazie a questo andare verso, a questo relazionarsi con, e quindi a unirsi con l’essere vivente che si vuole studiare si riesce a comprenderlo e anche a raccontarlo.

Insegnare
Mettere un segno dentro, incidere, scrivere su una tavoletta.
Insegnare è il trasmettere ciò che uno sa a colui che non sa.
Insegnare a vivere ha una specificità che va al di là degli indirizzi precisi, diventa un’arte che non è solo da raccontare, ma è anche da mostrare, da far diventare esempio: questo è il campo dell’educazione.

L’insegnamento è una comunicazione e deve essere chiara, deve usare un linguaggio comprensibile.
Questo dipende sia da chi insegna che da chi apprende. Bisogna che i termini abbiano lo stesso significato per entrambi e che ci sia una forte motivazione. Occorre far sentire che quello che si sta dicendo è qualche cosa di importante per chi lo racconta e che può avere un significato altrettanto fondamentale per chi in quel momento lo sta ascoltando.
Quindi, comunicazione è anche un legame e non solo un trasferimento di parole, e proprio per questo la presenza di chi racconta rende la comunicazione completamente diversa rispetto al sentire le stesse parole da una registrazione, perché la comunicazione avviene si a parole ma anche grazie a mimica e gestualità.

Insegnare si lega al cosa ma anche al come; non è solo cosa si dice ma a come si fa sentire la propria voce.

Imparare
È l’effetto che consegue all’insegnare.
Per imparare bisogna capire il senso delle parole, entrare nel processo di comunicazione, ma la profondità che ciò che si è appreso dipende anche dalla motivazione, dal sapersi concentrare, perché attenzione e concentrazione sono i due elementi fondamentali per memorizzare..
Bisogna avere un atteggiamento critico perché bisogna organizzare quel che viene detto.
Imparare richiede un lavoro di organizzazione di ciò che si è ascoltato, di ciò che si è capito.
Bisogna sintetizzare l’enorme quantità di parole, trasferirle in punti essenziali o concetti, idee forti.
Per imparare bisogna distinguere ciò che è strutturale e ciò che si può considerare una decorazione.
Si tratta di attivare un processo di elaborazione che è la sistemazione di ciò che si è ascoltato.
Un elemento significativo di questa sistemazione deriva da stimoli visivi, il luogo e il contesto in cui ciò avviene.

È stato scoperto che le parole non comprese generano ansia perché non si riesce a darvi un senso, come qualcosa che è rimasto attaccato nel ricordo, ma no sistematizzato.
Ecco perché imparare vuol dire inserire tutto ciò che si è ascoltato all’interno di una struttura del sapere ed ecco perché è importante la continuità dell’imparare.
(questo va un po’ contro la tendenza degli studenti di imparare per l’interrogazione qualcosa che poi si considera inutile, questo porta a imparare in modo frammentato e non ben strutturato).
Il sapere è organizzare dentro alla propria mente ciò che si è ascoltato, ma è anche una modalità per arginare quell’ansia da mancata sistemazione di tutto ciò che noi percepiamo).


Immaginazione
È la capacità della mente di vedere cose che non esistono. Immaginazione si contrappone a realtà ed è una fuga dal mondo del concreto, il pensare a uno diverso.
L’immaginazione è importantissima nel processo creativo, cioè al dare vita a qualcosa che prima non esisteva. E la creazione è una delle attività più apprezzate.
La creatività è anche invenzione, per esempio un’invenzione scientifica porta a creare cose che rima non c’erano.
Quindi non c’è solo l’immaginazione che si perde dentro le associazioni della mente, esiste anche un’immaginazione che serve al mondo della realtà e in particolare a quello dell’industria.
L’immaginazione è un preambolo per andare a scoprire e a inventare cose nuove.
Anche quando si parla di immaginazione contrapposta al reale, si avverte che non si tratta di una differenza rigida: dal reale si possono avere stimoli per l’immaginazione, e l’immaginazione porta a inventare cose che poi hanno un loro uso.
La società ha bisogno di uomini creativi, di giovani che siano stimolati non tanto a ripetere, non tanto a seguire, ma a innovare e per questo bisogna tenere bene presente che se la creatività può essere una funzione della mente di qualsiasi età è indubbio che la mente degli adolescenti e dei giovani si trova forse in una fase più adeguata e più attiva per creare.

Fantasia
Capacità di pensare a qualcosa di lontano dalla sua esperienza, e quindi riesce a dare immagine a ciò che non esiste.
La fantasia è imparentata con la virtualità e quest’ultima è fatta di cose che non esistono ma che fanno parte della fantasia.
Rispetto al termine immaginazione, la parola fantasia contiene qualcosa di sorprendente proprio per la novità, in certi casi per la sua stranezza.

Sogno
Si tratta di qualcosa di molto concreto, è qualcosa che produce immagini che non sono casuali, ma che hanno delle sequenze, una propria regia, e quando vengono raccontate danno l’impressione di aver avuto una certa durata temporale e questo è vero perché si può misurare il tempo di quella configurazione di onde cerebrali.
Sogno va distinto nettamente da immaginazione e fantasia.
Il sogno appartiene al singolo, a qualcosa che nel sonno riemerge attraverso una combinazione che è appunto quella del contenuto del sogno.

 

PAROLE CHIAVE DELL’ADOLESCENZA

DESIDERIO
È la capacità che ciascuno di noi ha di immaginarsi domani diverso da come è oggi.
Il desiderio è una costruzione che noi facciamo di noi stessi, costruzione che non esiste ma che pensiamo sia possibile; e il desiderio è in qualche modo una forza per far sì che la condizione attuale possa cambiare, possa cambiarci facendoci diventare un latro rispetto a quello che siamo adesso, facendo in modo però che si possa diventare quello che noi vorremmo veramente, quello che ci piacerebbe essere.
Il desiderio è quindi qualcosa di personale, è il mio desiderio, si lega a me in maniera specifica, e quindi sono io che desidero e nessun altro può fare per me quel desiderio.
Il desiderio che l’adolescente ha di sé è diverso, talvolta anche molto, rispetto a quello che nutrono su di lui i genitori; e spesso anche tra i genitori c’è un desiderio diverso. Ma questo è il desiderio sul proprio figlio, mentre l’adolescente esprime il proprio desiderio.
È necessario che il desiderio dell’adolescente non sia meccanico, che non venga indotto, che no sia il “desiderio spot”. (desiderio spot: da avere magari subito, riguarda un oggetto.
Il desiderio di cui stavo parlando riguarda invece una caratteristica del singolo, cioè di pensarsi domani, fra due o tre anni, nel futuro, quindi diverso da come è oggi, u progetto che in qualche modo ha bisogno del futuro
Il desiderio personale puntato su se stesso è relativo a quel singolo soggetto e ha una dimensione personale..
DESIDERARE è fondamentale, è una delle chiavi di forza per crescere.
Per esempio se un adolescente guardandosi allo specchio trova qualcosa che non gli piace e che vorrebbe eliminare e se viene proiettata nel futuro la possibilità di eliminare quel qualcosa, magari un “brufolo”, allora quel segno sparirà perché è parte di un processo che porterà ad eliminare quella bruttura. Per questo è necessario prevedere un futuro perché magari nell’oggi anche quel cambiamento non è possibile.
Il desiderio riporta due termini specifici della psicologia: io attuale e io ideale.
Io attuale: l’identità, quella caratteristica per cui noi siamo così in questo momento.
Io ideale: corrisponde a come noi vorremmo essere.
Siamo sempre noi ma l’io che ci identifica vorrebbe essere diverso, perché vorremmo delle modificazioni del corpo e della personalità (timidezza, espansività, avere un nuovo amore, dei nuovi amici).
Diceva Freud: è necessario che l’io attuale insegua l’io ideale, e che questo io ideale possa essere una specie di abbozzo di quello che sarà l’io futuro.
Lo spazio tra io ideale e io attuale si chiama desiderio e questo inseguimento è possibile solo se si desidera il cambiamento, solo se c’è una forza dentro quell’adolescente che lo spinge in avanti nel tempo, perché la sua identità non è quella dell’io attuale, ma quella dell’io che verrà.
La forza del desiderio è una dimensione straordinaria, al punto che sarebbe necessario che un adolescente sempre, in qualsiasi periodo di questa fase dello sviluppo, si domandasse: “ma che cosa desidero veramente?” sarebbe anche importante che imparasse a distinguere tra i desideri che sono frutto di una suggestione o di una pubblicità o se corrisponde a qualcosa che fa parte di lui.
Una domanda utile per gli adulti è: “Ma quali sono i desideri di questo ragazzo? Che cosa in realtà immagina per il suo futuro?”

Per pensare al futuro occorre immaginare.


FUTURO

Qualche volta il futuro appare lontano, irraggiungibile, come se ci vedessimo talmente appesantiti dalla condizione in cui ci troviamo da non riuscire ad immaginare di uscirne in un tempo che ci pare non possa esistere..
E spesso in questo senso l’adolescenza viene vissuta come un peso, in qualche caso addirittura come un peso drammatico, che ci rende immobili, anzi che in qualche modo ci impedisce di agire, di camminare, anche se lentamente, verso il futuro. Così il futuro se c’è si presenta come un futuro buio.
Il futuro è lo spazio in cui si situa il nuovo; il passato è già consumato, il presente magari ci fa avvertire un senso di insoddisfazione che un po’ ci angoscia. Il futuro è quello spazio che non c’è ma che può, una volta sopravvenuto, cambiare lo scenario.
Il futuro è il luogo del possibile, mentre il passato è lo spazio di ciò che è già avvenuto e che non si può assolutamente modificare.
Il presente è la condizione a cui si attacca il nostro vissuto: i sentimenti la stanchezza, qualche volta la gioia.
Il futuro trasmette anche la sensazione di libertà perché sembra quasi di poterlo disegnare da sé.
Il futuro è come un foglio bianco sul quale noi raccontiamo la vita che vorremmo fare, è una pagina che vorremmo scrivere noi, sulla quale dipingere il nostro volto. Ecco il futuro.
Non è possibile vivere senza questa dimensione, che ci dà la forza di andare avanti e ci permette di esistere.
Il futuro si spinge lontano ma può essere anche solo il domani perché gli adolescenti sono impazienti e fanno fatica ad aspettare tanto. C’è bisogno che quella vita ideale del proprio io venga raggiunta presto.
Ma non si può imbrogliare il tempo perché c’è un tempo necessario, entro il quale avvengono i diversi fenomeni, il futuro si lega d un progetto e in questo si differenzia dall’illusione.

Ognuno di noi ha bisogno del futuro. Ha bisogno di immaginarsi, e su quell'immaginarsi deve elaborare un progetto di sé, deve delineare l’io ideale di cui abbiamo detto, e quindi il futuro che non c’è è la finzione più importante per esserci, e per esserci avendo un senso, perché l’uomo ha un significato che non solo deve cercare, ma deve realizzare e tutto ciò rimanda a quella grande ricchezza che è il domani, che è il futuro non illusorio, ma quel futuro che è possibile, anzi, il luogo del possibile.


PROGETTO
È il filo conduttore di un’opera che si vuole realizzare. È un filo conduttore che si occupa di ciò che non c’è ma con la precisa determinazione che ci sarà; e tra ciò che non c’è e che invece può esserci e ci sarà, di mezzo c’è il progetto.

Il progetto è proprio quello che distingue l’illusione dalla realizzazione: una cosa che sia realizzabile, quindi pensata ma passibile di esistere concretamente, deve avere un progetto.

La parola progetto si coniuga con pazienza, perché viene prima nella propria mente, scatenato dalla creatività ma poi necessita di passare al progetto vero e proprio e questo rallenta l’immaginazione ed è una fase impegnativa.
Questo procedere non è tempo perso è la condizione indispensabile per far sì che ciò che si realizzi duri a lungo e abbia quindi davvero un senso per noi.

Per un progetto è necessario credere in quel che si fa e nel senso di ciò che si fa.
Un progetto generale che riguarda la propria storia deve nascere dalle esigenze del singolo, attaccandosi alle caratteristiche che lo distinguono.
Un progetto che riguarda l’adolescenza è qualcosa che nasce dall’adolescente, ma che può trovare il sostegno e l’aiuto, quei suggerimenti di competenza dell’adulto può dare, e che il figlio non possiede perché quella è la casa, la sua prima casa, ma anche quella che egli considera, data l’importanza che riveste per lui, come la sua vera casa.

 

Bibliografia
Andreoli Vittorino “La fatica di Crescere”, ed. Rizzoli

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27-6-2018